un altro figlio PDF Stampa E-mail

UN ALTRO FIGLIO (da AVIATORI ITALIANI  di Franco Pagliano)

Nel 1940 Ernesto Trevisi era un sottotenentino di vent'anni che, appena uscito dall'Accademia Aeronautica, aveva ottenuto d'essere destinato a un reparto da caccia. Lo aveva comunicato a casa con una lettera così entusiasta da apparire crudele: “Tu non pensi, mammina, che cosa vuol dire? Uscire subito, sottotenente, andare in squadriglia... A vent'anni poter realizzare un sogno che facevo sin da quando ero bambino? Pericolo? Ogni momento, ogni attimo della vita è un continuo passo verso quello che può essere l'ultimo...”

Evidentemente il ragazzo si era lasciato prendere la mano dall'entusiasmo e non aveva capito che frasi di quel genere non si scrivono a nessuno e tanto meno alla mamma. Il padre, maggiore di fanteria Trevisi cavalier ufficiale Nicola, glielo fece certamente rilevare, ma c'è da scommettere che, sotto sotto, quella frase gli piaceva. Non era stato facile per lui, costretto alla vita un po' nomade dei militari di carriera, metter su famiglia e allevare i figli, educarli e farli studiare perché potessero a loro volta entrare in accademia e farsi la loro strada. C'erano voluti dei sacrifici e si eran dovuti anche superare momenti difficili, perché le entrate erano quelle che erano e il grado imponeva dignità e decoro. Ma ora il primo era già a posto, già sottotenente pilota alla 363^  Squadriglia del 53° Stormo caccia, già pronto per la guerra, anzi già in guerra.

Tino in guerra! Sembrava quasi incredibile, Eppure la lettera al fratello Luciano, che era entrato a sua volta in Accademia, non lasciava dubbi: “Da una settimana sono giunto al campo. Pensa che appena arrivato la nostra squadriglia ha fatto una scorta agli S.79 a Salonicco: lì ha trovato i PZL con cui ha impegnato combattimento e ne ha abbattuti quattro, più uno probabile. Qui ogni tanto vengono a trovarci i loro bombardieri, tirano abbastanza bene, ma non riescono a farci nulla”.

La lettera, datata da Koritza, teneva già conto delle raccomandazioni paterne: riferimento alle azioni del reparto, ma niente che riguardasse lui. E sì che Tino in quei giorni aveva lavorato sodo! Tre crociere di vigilanza nella zona di Presba, due sull'alto bacino della Vistrizza, una nella zona di Bilistri conclusa con un mitragliamento di truppe, tutto tra il 2 e il 12 novembre.

Il 13 ottiene la prima vittoria: parte su allarme con altri due apparecchi per attaccare una pattuglietta di Potez che ha bombardato il campo, riesce a raggiungere uno degli avversari, gli si mette in coda e spara sino a quando l'altro non cade. Non sono ancora trascorse ventiquattr’ore che l'occasione gli si ripresenta ancora più allettante della prima: hanno segnalato che, sei PZL si stanno avvicinando alle nostre linee. I piloti greci sono in condizioni di netta inferiorità, ma si battono coraggiosamente con le loro vecchie macchine e occorre intercettarli prima che compiano l'attacco.

In campo sono disponibili soltanto tre C.R.42 che vengono immediatamente messi in moto, ma uno non ce la fa a decollare e con Trevisi parte soltanto il sergente Pirchio anche con macchine superiori, in due contro sei si giostra male; comunque bisogna assolutamente raggiungere i greci prima che attacchino. Eccoli! Una virata per tagliar loro la strada e il combattimento già divampa. Non c'è quota sufficiente per lunghe affondate e inoltre gli altri virano stretto: bisogna guardare in ogni direzione e tenere a bada tre apparecchi per ciascuno. Maledizione! Hanno preso in mezzo Pirchio! Le traccianti convergono sull'apparecchio del gregario, questi manovra, riesce a svincolarsi, ma è stato ferito ed è costretto a rientrare prima che l'emorragia lo esaurisca.

Tino Trevisi rimane quindi solo a lottare contro sei avversari; per un po' dalle nostre linee riescono a seguirlo, vedono che abbatte uno degli avversari, che resiste all'assalto degli altri cinque, che ne colpisce ripetutamente un secondo, poi il combattimento si sposta oltre le linee greche e non c'è più modo di vedere e di sapere nulla perché Trevisi non rientra.

Al padre, che allora era in servizio a Torino col 91° Reggimento Fanteria, giunge prima la notizia della dispersione: è una formula che lascia aperto l'animo ad ogni speranza, ma che determina un'ansia incontenibile. Troppe famiglie hanno ricevuto comunicazioni del genere e troppe hanno conosciuto quest'ansia perché la vicenda possa apparire diversa dalle altre. Ma i suoi aspetti eccezionali si delineano a poco a poco, testimonianza per testimonianza, colpo per colpo.

Appena ricevuta la prima comunicazione, il padre scrive a tutti i colleghi che ha in Albania, ai superiori, al ministero, alla Croce Rossa, ai comandi aeronautici, chiede di partire per il fronte e cerca in ogni modo di avere notizie. E queste a poco a poco arrivano, ma sono frammentarie, confuse e in qualche caso contraddittorie: scrivono i generali Ranza e Urbani, scrive il colonnello Graziani che ha visto parte del combattimento, scrivono il capitano Mariotti che comandava la 363^  e il sottotenente Francinetti che era compagno di corso di Tino. Ognuno dà qualche particolare, ma nessuno è in grado di essere preciso sull'esito finale e lo stesso generale Pascolini non può concludere la sua lettera che così: “Non è stato più visto, non è rientrato. Ecco perché ti è stato segnalato come disperso. Avrà fatto uso del paracadute? Lo avranno costretto ad atterrare? Nessuno può dirlo. E l'angoscia dovrà torturarti ancora per un po' e cioè fino a quando non si potrà accertare se risulta tra i prigionieri”.

Purtroppo tra i prigionieri Tino Trevisi non doveva risultare. A fine dicembre una comunicazione della Croce Rossa internazionale informava invece che il giovane aviatore era stato abbattuto oltre le linee greche e che la sua salma era stata ricuperata e sepolta in località Krustova accanto ai resti dell'apparecchio.

Non accade sovente che, durante la guerra, sia consentito ai familiari di un caduto di raggiungere il settore del fronte dove egli si è sacrificato e cercar di indagare, di interrogare chi lo ha visto cadere, allo scopo di ritrovarne la salma. Ma il padre di Trevisi riuscì a farlo: aveva giurato a se stesso e alla signora Mariuccia di ritrovarlo quando gli era arrivata la notizia che suo figlio era stato proposto per la medaglia d'oro al valor militare con una motivazione bellissima, della quale lui si sentiva ad un tempo partecipe e responsabile.

Era infatti stato lui ad educare Tino alla scuola del coraggio e dell'onore, lui che gli aveva parlato della prima guerra mondiale e delle gesta che i soldati avevano compiuto, lui che gli aveva citato le motivazioni delle loro medaglie. Ed ora quelle parole, che sembravano così lontane e solenni, erano dolorosamente vicine, erano entrate anche nella sua casa, erano in parte sue. Ma aveva bisogno di sapere di più, di convincersi che non vi fosse più nulla da fare o da sperare. Aveva bisogno di ritrovare suo figlio.

Alla fine del marzo 1941 ottenne di partire per l'Albania; raccolse a Tirana tutti i dati possibili e raggiunse il fronte; con l'avanzata dell'aprile poté portarsi sulle posizioni che i nostri occupavano il 14 novembre 1940 e di lì sulle linee greche. Ma i dati che aveva. erano insufficienti: individuò il punto di caduta di altri aeroplani, trovò altre salme, ma non quella del figlio.

Allora, dato che le ostilità erano cessate, raggiunse Atene, ottenne il permesso di consultare la documentazione ufficiale greca, ebbe i nomi degli ufficiali avversari che avevano assistito ai combattimento del figlio e ne rintracciò due: sia il maggiore Chatse sia il capitano Sorotoy ricordavano con esattezza l'episodio e lo descrissero esprimendo la loro cavalleresca ammirazione per i nostri piloti: questi avevano iniziato in due contro sei, poi uno si era allontanato colpito e l'altro era rimasto solo a lottare. Combatté per circa mezz'ora riuscendo ad abbattere due greci, poi fu sopraffatto.

Le loro dichiarazioni furono verbalizzate, ma purtroppo nessuno dei due era in condizione di precisare il punto esatto in cui era caduto il C.R.42; fu però accertato che un altro ufficiale, il capitano Mallicourtis, aveva per alcuni mesi avuto un comando in quella zona e sapeva dove erano i resti dell'aeroplano e dove era stato sepolto il pilota.

Mallicourtis fu a sua volta rintracciato, si offerse di accompagnare il maggiore Trevisi sul posto chiedendo per sé soltanto l'autorizzazione a rivestire la sua uniforme, il che fu concesso. Il viaggio da Atene al confine albanese fu complicato, le ricerche nella zona impervia e priva di strade furono difficili, ma la sera del 23 maggio 1941 il maggiore Trevisi poteva chinarsi sulla tomba del suo eroico figliolo. La salma fu ricuperata il giorno dopo, portata a spalla dai nostri soldati fino alla strada più vicina e quindi a Koritza, sullo stesso campo dal quale Tino era partito sei mesi prima per il suo ultimo volo.

Dopo le solenni onoranze funebri svoltesi a Tirana, il maggiore Trevisi rientrò in Italia e ripartì subito in volo per l'Albania, accompagnato questa volta dalla moglie e dal figlio Luciano che egli condusse nei luoghi dove Tino aveva combattuto e dove ora riposava. Un pellegrinaggio triste e doloroso che però consentì a tutti di essere uniti per l'ultima volta.

Poi gli anni trascorsero lenti e tragici e la famiglia Trevisi ebbe anche l'amarezza di apprendere che la proposta per la concessione della medaglia d'oro a Tino non era stata accettata e che alla sua memoria era stata concessa una medaglia d'argento «sul campo». (Nel 1959, in seguito a nuove testimonianze sull'eroico comportamento del sottotenente Trevisi, alla sua memoria venne concessa la medaglia d'oro).

 Ma questo era nulla in confronto al disorientamento morale che seguì l'armistizio e la guerra civile: sembrava quasi che chi aveva perduto un congiunto prima dell'otto settembre dovesse vergognarsene. Assurdo rivolgersi a qualcuno per sapere qualcosa delle salme, assurdo chiedere che qualcuno se ne interessasse: tutto quanto riguardava i Caduti dava fastidio e le famiglie dovevano chiudersi nel loro dolore e ricordare nell'ambito familiare i loro morti.

Ma anche nell'abbandono generale non si deve mai disperare perché la forza dell'eroismo è tale da sopravvivere a tutto e da manifestarsi a volte nei modi più impensati. In casa Trevisi si manifestò improvvisamente nell'aprile '53 attraverso una lettera arrivata dalla Grecia. Chi poteva scrivere di laggiù? Come, poteva qualcuno avere l'indirizzo esatto? Che cosa significavano quei caratteri difficili da interpretarsi ma che contenevano nella grafia il nome di Tino? Significavano tante cose, ma prima di ogni altra significavano che esistono ancora sentimenti nobili, senso cavalleresco e bontà.

La lettera era stata scritta da Achille Cristacos, un ufficiale greco che tredici anni prima aveva assistito alla fase finale del combattimento di Trevisi e che, dopo l'abbattimento, ne aveva ricuperata la salma e l'aveva sepolta con gli onori militari accanto ai resti dell'apparecchio. Di tutto quanto aveva rinvenuto sul corpo del Caduto aveva conservato un tesserino dove era segnato un indirizzo: lo aveva fatto perché, a guerra finita, voleva scrivere alla famiglia dell'aviatore italiano che egli lo aveva visto battersi e cadere da prode e che, dopo averlo sepolto, aveva posto sulla sua tomba una croce.

Poi aveva smarrito il documento e soltanto dopo molti anni lo aveva ritrovato per caso tra le pagine di un libro. Allora aveva scritto all'indirizzo segnato sulla tessera e la lettera era pervenuta alla famiglia Trevisi.

Dopo aver ricevuto una prima, commossa risposta, aveva scritto ancora ripetutamente, fornendo tutti i particolari della fase finale del combattimento, quando Tino era rimasto ormai solo a lottare contro l'apparecchio greco che lo abbatté. La delicatezza e il calore umano delle lettere dell'ufficiale greco portarono i familiari di Trevisi a chiedergli di venire in Italia, dove essi sarebbero stati lieti di accoglierlo e di manifestargli tutta la loro commossa gratitudine.

E il tenente Achille Cristacos, ormai smobilitato da tredici anni e divenuto nel frattempo funzionario di una banca di Atene, accettò l'invito, venne in Italia e si incontrò a Torino con il padre, la madre e il fratello di Tino Trevisi, l'aviatore nemico che aveva destato la sua ammirazione e che egli aveva visto morire.

“Vi prego di considerarmi come un altro figlio”, aveva scritto in una delle prime lettere al maggiore Trevisi. E aveva diritto ad essere considerato così perché, nel lontano novembre 1940, mentre infuriava la lotta, egli aveva raccolto il corpo di Tino e lo aveva composto nella tomba amorevolmente, come se fosse stato un suo fratello.

 

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